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nonsapresti

Non sapresti riconoscermi, Nuvola, tra cocci di conchiglie spezzate sulla spiaggia e rami secchi emersi dalla secca di un grande fiume creditore d'acqua. La vita strozza afferra demolisce assaggia il nostro sapore sputandone l'essenza come snaturata e tu stessa, che appariscompari come il fantasma che mi accusi di essere, non sai vincere il castigo della tua incomprensibile prigionia amorosa.
E io dovrei capire, capire te e ciò che ti circonda attraverso parole rubate alla tua normalità, come finestre che sbattono aprendosichiudendosi per colpa di un vento forte ora inerte ora burrasca.
Il tuo castello mi appare ora come lontano irraggiungibile e il cielo terso che ci separa - talvolta unisce - nelle tue fotografie non è che la nostalgia sconosciuta di un paradiso che si afferma a stento tra stati di invisibilità apparente e piccole parole abbandonate su uno schermo come cani impauriti sulla strada.
Mi sento il gatto che fortunosamente schiva l'auto impazzita sul ciglio della strada e ogni volta che il nostro rapporto assomiglia a qualcosa di umano ecco che scompari con abili trucchi da illusionista, incurante che di fronte a te, tra le emozioni tenute in tasca come piccoli inutili centesimi di Euro, esiste una persona che vive di conflitti enormi e paure inesprimibili, tra stati d'angoscia impenetrabili e crisi magiche di euforico entusiasmo.
Che vita può essere quella che impedisce di scrivere un messaggio, di fare una telefonata ad un'amico perchè chi la ama la sorveglia chiudendo il cuore con un doppio giro di filo spinato, dove la libertà di avere una vita propria è un lusso destinato a scomparire dietro la facile comodità di una vita senza terremoti.
Io sono a volte il caos a volte la noia ammorbante che farebbe preferire a me il vuoto spinto della televisione accesa alle tre di notte, solo un bagliore bluastro in mezzo a quell'arcobaleno che tu costruiscidemolisci con naturalezza infantile e per questo devastante.
Dovresti cogliere più spesso la mia stanchezza irragionevole, quel senso di frustrazione che mi porta a sentire addosso come un mantello la solitudine pur in mezzo a tante persone, a tante gocce come le chiami tu che poco o niente sanno cogliere di me se non l'apparenza ingannevole di una maschera che nessuno sa togliere, o forse soltanto perchè io non lo permetto.
E queste gocce non fanno altro che consumare quello che sono veramente e tu anzichè salvarmi da questa morte certa della mia essenza mi lasci incompreso ad attendere il mio turno all'infelice ospizio dei sentimenti.
Non so cosa ho scritto. nemmeno lo rileggerò. Non mi importa.
Ieri, oggi, stasera il cielo è sgombro. Molto Vento.
Nessuna Nuvola.

Pubblicato il 21/6/2007 alle 23.16 nella rubrica Diario.

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